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La narrazione

La narrazione - Psichiatria Narrativa

 


Cos'è una narrazione, cosa la rende tanto importante per la conoscenza della psiche e per la cura dei suoi disturbi?

Proviamo a darne una definizione. La più semplice potrebbe essere: "una rappresentazione di eventi in una sequenza temporale". Il narratologo Seymour Chatman ha espresso in una “formula” la struttura elementare contenuta in questa definizione: xRy (x e y sono due avvenimenti e R è la relazione temporale).

Per la nostra esigenza di comprendere il nesso tra narrazione e funzionamento psichico, non è certo sufficiente una definizione così essenziale. Aggiungiamo allora che una narrazione è una rappresentazione che organizza l'esperienza secondo un significato proprio, ordinando gli eventi in una gerarchia coerente. La narrazione è dunque connettiva. Connette il sé con il mondo, il passato e il futuro con il qui e ora, il pensiero con l'emozione, la memoria con l'invenzione.

La narrazione è inoltre una forma della memoria, un modo per contenere e archiviare l'esperienza; nello stesso tempo è uno strumento cognitivo e formale del discorso che presiede alla costruzione del significato della realtà. Dalla definizione che si è data della narrazione si può facilmente comprendere che, qualunque sia la forma, il mezzo, la qualità e la complessità del discorso narrativo, esso parla sempre e comunque di un tema fondamentale: il tempo.

A questo punto appare chiara la centralità della competenza narrativa tra le funzioni psichiche. E non è difficile immaginare quanto possa essere coinvolta nei processi patologici della mente. Questo coinvolgimento rimane tuttavia ancora tutto da indagare e si può dire che la ricerca sia soltanto agli inizi.

 

Alla psichiatria serve la narrazione?

Il suo valore è legato, fra gli altri aspetti, al fatto di porre l’accento su relazioni non-duali, cioè ampiamente storico-sociali. L’individuo non viene perciò collocato in uno schema clinico che comporta un intervento “duale”; il medico e il paziente fanno la cura con setting, parole e farmaci, come se l’atto terapeutico potesse prescindere dall’esperienza extraclinica, dalla storia biografica, dall’ambiente di vita, dalle relazioni molteplici, dalle narrazioni comunitarie, dalle culture.

Governare questi ambiti può sembrare, ed è, un’impresa che va oltre le possibilità teoriche, prima ancora che pratiche, della psichiatria. Ma così come si è vinta (almeno in parte) la cecità nei confronti del corpo con un approccio “biologico” non dogmatico, si dovrà affrontare anche questa limitazione, questa incapacità o rinuncia a vedere la complessa e ancora poco decifrabile realtà vissuta dall’individuo.

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